Una lunga riflessione sugli effetti della pandemia su bambini e ragazzi, risponde alle nostre domande, Giorgio Seragni, medico specialista in neuropsichiatria infantile e psicoterapeuta dell’età evolutiva e presidente del comitato scientifico di Sos Bambini

Come e quanto sta incidendo da un punto di vista psicologico la pandemia su bambini e ragazzi?

A marzo-aprile 2020, abbiamo condotto una prima ricerca in Italia per capire lo stato emotivo dei pazienti che già asserivano alla neuropsichiatria infantile. In quel frangente, i risultati ci dicevano che la pandemia non aveva avuto un grande impatto sui nostri ragazzi, anzi, erano molto contenti della situazione, perché la vivevano in casa. Anche se qualcuno era più in difficoltà di altri, il lockdown era percepito come una sorta di vacanza.

Quello che stiamo vedendo adesso, invece, rifacendo la ricerca che è ancora in fase di raccolta dati, è che la seconda ondata è stata decisamente devastante. Quello che stiamo notando è che alcune situazioni già instabili stanno precipitando.

A tal proposito, negli scorsi mesi, sono stati pubblicati due articoli da due miei noti colleghi, la Dott.ssa Anichini di Torino e il Professor Vicari di Roma, che lanciavano un forte allarme soprattutto per quelle situazioni di adolescenti e preadolescenti con disturbi psichiatrici importanti, come depressione, fobia sociale, difficoltà relazionali, disturbi di personalità, autolesionismo e suicidarietà, che stanno aumentando tra i ragazzi.

L’impatto c’è stato ed è notevole. Ne abbiamo visto ancora solo una piccola punta dell’iceberg, perché l’ondata sta arrivando come un lento tzunami, che ho paura ci travolgerà.

Mentre sui ragazzi è possibile notarlo, sui bambini è molto più difficile vederne l’effetto. Sappiamo che hanno vissuto gravi ritardi nell’apprendimento e i bambini fragili hanno sofferto ancora di più: purtroppo ne vedremo l’impatto solo nei prossimi anni.

Pensa che ci saranno effetti a lungo termine sulla loro vita? Se sì, quali?

Credo di sì. Uno sarà la preparazione scolastica che sembra un aspetto secondario, ma che poterà i nostri ragazzi ad avere ritardi nella preparazione se la scuola italiana non risponderà adeguatamente.

Un altro aspetto sarà relazionale, legato alla ripresa lenta della socialità. I nostri bambini hanno grande voglia di riprendere a fare le attività che classicamente eseguivano per la loro socializzazione e ne hanno un forte bisogno. Avendo perso dei momenti importanti del loro apprendimento sociale, vedremo solo nei prossimi anni quale sarà l’effetto su di loro.

Nell’ultimo anno, la socialità di tutti è stata bruscamente limitata a causa della pandemia. Per bambini e ragazzi la chiusura delle scuole in certi periodi e la discontinuità didattica sono state un cambiamento notevole da gestire per tutte le famiglie. Ha riscontrato un peggioramento delle condizioni di vita dei ragazzi e delle loro famiglie?

In tutte le fasce d’età c’è stato un peggioramento delle condizioni di vita, per motivi diversi: i più piccoli per le regole restrittive mentre sono a scuola che impediscono lo sfogo motorio e il contatto fisico; i preadolescenti per l’uso eccessivo della tecnologia; gli adolescenti per tutti i limiti nella socializzazione.

Penso che una delle classi di età che più ha sofferto quest’anno siano state le prime superiori. Perché, mentre alle prime medie è stata garantita la presenza come alla scuola primaria, per le prime superiori non è stato fatto questo pensiero. Si è pensato “tanto ormai sono grandi, possono tollerare”.

In realtà, tanti di loro soffrono del fatto di non avere ancora potuto iniziare in maniera adeguata un percorso di studi lungo cinque anni, con la grossa difficoltà di alcuni di comprendere se effettivamente hanno scelto il corso di studi adeguato, e dall’altra parte, se si possono trovare bene in quella classe, in quel gruppo di socializzazione. Purtroppo, hanno avuto momento troppo brevi di convivenza (una parte della classe a volte è in presenza, una parte a casa, un’altra è in quarantena). Ecco perché sono in grave difficoltà, mentre le classi superiori avevano già avuto la possibilità di instaurare una base sicura di conoscenza, loro continuano a rimandare una vera conoscenza e questo può diventare un problema. Per esempio, se un ragazzino prima poteva scoprire che quello non era il suo percorso di studi adeguato, non era il suo ambiente, il suo gruppo, poteva cambiare velocemente, adesso è tutto rimandato. Un cambiamento così in prima superiore è più o meno traumatico, in seconda o in terza può diventare molto difficile.

Per concludere, sono convinto che i veri orfani in questa emergenza sono stati i nostri bimbi disabili: dimenticati a casa dai loro insegnanti di sostegno e da una DAD di cui non possono fruire, senza genitori perché costretti a lavorare, senza educatori e assistenti perché non potevano entrare in casa.

Per i ragazzi quale ruolo ha assunto la tecnologia in questo periodo e quali effetti ha/avrà a lungo termine nella loro psiche?

La tecnologia è stata ed è molto utile, anzi ci ha salvato in questa situazione.

Prima pensavamo che i ragazzi, da nativi digitali, fossero dei maghi della tecnologia. Invece ci siamo accorti che operazioni come trasferire dei file, creare dei PDF, utilizzare delle videocamere per fare delle videocall, collegarsi ecc. non sono state affatto azioni immediate per loro: era una pia illusione che fossero così edotti dal punto di vista digitale.

Ecco perché poi la scuola ha fatto una grande fatica in questo senso. Non solo perché gli adulti non erano così digitalmente pronti, ma perché i nostri ragazzi hanno sempre visto questi strumenti come gioco e divertimento e non come strumenti di lavoro.

Come dico sempre “lo strumento in sé è buono, è l’utilizzo che se ne fa il problema”, che in questo caso è il pesante uso dei social media: in quest’ultimo anno, il loro uso indiscriminato ha reso i ragazzi ancora più dipendenti. Il fatto di non potersi vedere e stare insieme li ha avvallati nella ragione di utilizzarli in modo continuo. Mentre prima c’erano ottime scuse per non utilizzarli, in questo momento li utilizziamo tutti e, anzi, è l’unica maniera per comunicare.

La mia domanda è: “Questi ragazzi, che si sono sentiti avallati e molto comodi nello stare chiusi in casa e relazionarsi con i loro amici attraverso uno schermo, quanto vorranno fare in un futuro la fatica di affrontare il “lavoro sporco” della relazione umana vis-à-vis?”

Io penso che, semplicemente, molti ragazzi hanno imparato che è più facile avere amici online anche a lunga distanza, piuttosto che averli fuori casa. Perché è vero che fisicamente non li puoi incontrare, però quando hai da battibeccare con loro, per esempio, è molto semplice chiudere la comunicazione. È un meccanismo perfetto: senza uscire dalla tua stanza, hai delle relazioni che però sono viziate da un sistema di comunicazione che non rende una relazione veritiera.

E questi ragazzi come possono ritornare nel mondo reale ad avere relazioni che hanno coltivato in modalità esclusivamente digitale?

Si parla tanto di sindrome di Hikikomori in questo periodo, perché effettivamente tanti ragazzi mostrano questo fenomeno. La mia domanda è: “Perché i ragazzi arrivano a questo?”

Io credo che sia la via finale di un percorso, e penso sia necessario capire perché i nostri ragazzi stanno perdendo quella socialità genuina che di fatto fa vedere il bello e il brutto, e stanno andando verso una socialità digitale “patinata”, dove decido io cosa farti vedere. La ricaduta è il narcisismo che diventa la malattia del secolo: non conta più stare bene con le persone, conta la visibilità che si ha: più che la qualità della relazione diventa importante quanto vieni riconosciuto dagli altri. Ecco qual è il grave danno che stanno facendo questi strumenti.

Il problema che vedremo nel futuro sarà passare a utilizzarli nella maniera adeguata e non ad abusarne, e ritornare alla vera relazione in carne e ossa.

Come hanno reagito alla pandemia i bambini seguiti dall’associazione?

Mentre i ragazzi italiani soffrivano a rimanere rinchiusi in casa, i ragazzi rumeni meno, perché per loro è normale passare tutto il giorno davanti alla televisione. Purtroppo, in questo modo, si spegne qualunque possibilità che si accenda in loro qualsiasi interesse, che si attivino culturalmente.

L’altro problema è stato che a livello locale sono stati discriminati ulteriormente rispetto alla norma. I ragazzi nelle nostre case sono entrati in lockdown molto prima degli altri e ne sono usciti molto più tardi degli altri, per via di una copertura assicurativa/legale.

Inoltre, sono stati discriminati anche a scuola, perché quando si è passati alla didattica a distanza, non essendo stata preparata in anticipo, molto ragazzi non erano pronti strumentalmente e non avevano gli apparati per potersi collegare, oltre a non avere la conoscenza e intorno persone adulte che potevano aiutarli. Questo è successo maggiormente in Romania, perché lì le persone in difficoltà sono di più. La didattica a distanza, in tutto il mondo, ha allargato la forbice tra i ragazzini che hanno e quelli che non hanno risorse: genitori competenti, accesso alla tecnologia, supporto educativo, autonomia nello studio, capacità proprie, ecc.

Quali consigli si sente di dare ai genitori o a tutti coloro che si trovano a dover gestire un bambino a un adolescente in questo periodo?

Durante la pandemia è complicato. All’inizio quello che dicevo a tutti i genitori era: “Siamo in una situazione momentanea, viviamola e facciamola vivere ai nostri bambini come una parentesi, una bolla, una sospensione del tempo, perché in questa maniera sappiamo che non è la realtà, non sarà sempre così e così via”. Purtroppo, questa sospensione del tempo sta diventando lunga.

Il consiglio che mi sento di dare adesso è di sfruttare al meglio questo tempo, che dev’essere visto come un tempo che ci permette di stare con i nostri ragazzi. È stato bellissimo vedere come si è tornati a stare insieme in famiglia, a fare attività insieme. La mia paura è che adesso che si sta tornando piano piano a una sorta di normalità, questo stare insieme stia scomparendo di nuovo.

Il mio consiglio è ripescare da quest’anno drammatico le cose buone che abbiamo imparato e farle nostre per non perderle del tutto. E soprattutto rallentare. E lo dico prima di tutto a me stesso. Come anche cercare di modificare prima di tutto nella nostra testa e poi in quella dei ragazzi la gerarchia valoriale che abbiamo. Proprio prima del lockdown, ho visitato il Bhutan, dove non misurano il PIL ma il FIL, l’indice di felicità della popolazione. Hanno creato questo indice sulla base di una serie di elementi di benessere sociale che permettono di valutare l’andamento del progresso. Sono rimasto affascinato da questa filosofia, che sarebbe interessante recuperare qui in Occidente.

Molte persone pensano che abbiamo perso tempo, ma questo pensiero è frutto di una concettualità limitata. Credo che la pandemia possa essere un’ottima opportunità, cerchiamo di coglierla per imparare qualcosa di utile da tutto quello che abbiamo passato.